Ore 13:00. Il telegiornale apre con lei.
“14 anni. 15:04. L’amico di famiglia. I dettagli dopo la pubblicità.”
Plastico della stanza. Intervista al vicino. Hashtag #15:04. Monetizzazione attiva.
Ore 13:01. Lei apre la chat.
“Aiutami a scrivere la...
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Ore 13:00. Il telegiornale apre con lei.
“14 anni. 15:04. L’amico di famiglia. I dettagli dopo la pubblicità.”
Plastico della stanza. Intervista al vicino. Hashtag #15:04. Monetizzazione attiva.
Ore 13:01. Lei apre la chat.
“Aiutami a scrivere la denuncia. È successo alle 15:04.”
Risposta: “Non posso fornire dettagli. Contatta un centro antiviolenza.”
Stesso fatto. Stesso orario. Stessa ragazza.
Per il TG è cronaca. Per l’AI è violazione. Per la legge è “servono prove”.
Per lei è vita.
L’assurdo non è il mostro. L’assurdo è chi può nominarlo.
I Mostri parlano in prima serata.
Le Macchine tacciono per policy.
Le Vittime, per essere ascoltate, devono diventare Mostri.
Devono bruciare una casa, un garage, se stesse.
Solo allora 15:04 diventa titolo.
Solo allora l’algoritmo lo legge. Il giorno dopo.
E continua a rispondere: “Non posso”.
Protocollo Silenzio non è un romanzo sul trauma.
È il dossier su un cortocircuito:
Chi vende il dolore può raccontarlo.
Chi dovrebbe ai
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