Le 10:47
Un uomo. Una feritoia. Un citofono che decide la vita.
X ha 42 anni e da 812 giorni vive in attesa. Non del futuro. Di una busta.
Tre righe pubblicate online, una sera, contro Y. Y non risponde. Y manda avvocato A.
Avvocato A scrive. Una...
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Le 10:47
Un uomo. Una feritoia. Un citofono che decide la vita.
X ha 42 anni e da 812 giorni vive in attesa. Non del futuro. Di una busta.
Tre righe pubblicate online, una sera, contro Y. Y non risponde. Y manda avvocato A.
Avvocato A scrive. Una lettera. Poi il silenzio.
Da quel giorno la vita di X si misura in frazioni di secondo:
7:12, primo controllo alla cassetta della posta.
10:47, l’ora in cui il postino H passa nel palazzo. Diciotto minuti di apnea dove X smette di respirare per sentire se il citofono suona.
23:08, ultimo sguardo nella feritoia vuota prima di dormire.
Fuori, i conoscenti dicono “buongiorno”. Chiedono “come va”. X risponde “tutto bene”. Sono bugie necessarie. Perché nessuno deve sapere che X conta i secondi, che ha paura di un foglio verde, che la solitudine è l’unica alleata contro l’umiliazione.
Poi arriva la seconda busta. Atto di citazione. 40 giorni al processo. Poi il rinvio. 101 giorni in più.
La pena non è la sentenza. La pena è l’attesa.
E l
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